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IL CIELO: LE NOSTRE RADICI CULTURALI

   
   
Nicoletta Lanciano
Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali, Università La Sapienza, Roma
   
   

 

   
   

”Se le stelle fossero visibili da un solo luogo sulla Terra, la gente non smetterebbe mai di compiere pellegrinaggi sino a quel luogo per poterle osservare”
(Lucio Anneo Seneca, Naturales Questiones)

   

Può avere senso per noi, un senso condiviso, entrare in un Planetario, perché abbiamo l’esperienza sensoriale e corporea della notte, e come scrive Hygino nel IV Libro de L’Astronomia: “la notte è l’ombra della Terra”. Immersi nell’0mbra della Terra, ogni notte possiamo cercare di vedere le stelle.

“E’ una debole luce quella che ci arriva dalle stelle, ma che cosa sarebbe la nostra esistenza se non potessimo percepire quelle luci?” scriveva l’astronomo francese J. Perrin.

Molti elementi di natura diversa, e che sono in relazione tra loro, fanno sì che noi possiamo percepire le stelle:
- le caratteristiche del nostro occhio
- la trasparenza dell’atmosfera terrestre alle lunghezze d’onda della luce visibile
- l’opacità della Terra
- la struttura delle stelle e la loro emissione nel visibile
- il ritmo e le relazioni tra rotazione e rivoluzione della Terra stessa.

Se ad esempio fossimo su Venere che ha un’atmosfera densissima e assai spessa, non potremmo, dal suolo del pianeta, osservare le stelle né il disco del Sole, ma solo un passaggio da una maggiore luminescenza al buio. Se poi la Terra non fosse opaca ma trasparente, saremmo sempre invasi dalla luce forte del Sole e anche in questo caso non conosceremmo le stelle. Un’esperienza che ci sembra tanto ovvia è in realtà un tassello di un quadro complesso, preciso e raro.

Della nostra esperienza di osservazione diretta fanno parte il Sole e la Luna, le stelle e i pianeti. “Planetario” viene da “pianeta” (“planao” in greco significa “vado errando”) e nella sua più antica accezione, indica la possibilità di visualizzare il complesso moto dei pianeti rispetto alle stelle fisse. In questo senso la volta celeste è il planetario per eccellenza: con gli spazi ampi del reale e con i tempi del susseguirsi dei giorni e delle notti.

Il cielo che ha nelle nostre esistenze un ruolo peculiare è il laboratorio privilegiato dell’astronomia. Il cielo è ovunque. È gratuito. A disposizione di tutti. È uno spazio di lettura, di fantasia, di intimità. Un luogo di appuntamenti, di sguardi. Uno spazio che molti hanno piacere di imparare a leggere, a riconoscere, a ritrovar-ci-si. È silenzioso. È lento. È fedele.

Offre il suo spettacolo in modo continuo, anche quando nessuno lo guarda, anche senza spettatori, oltre le nuvole e oltre le cortine dell’inquinamento luminoso.

Nell’educazione permette di allargare i confini dello sguardo e della mente, è gradito, è uno spazio grande che appartiene a ciascuno fin dalla più tenera età.

Guardare il cielo è un modo per educare all’attesa, al prendere coscienza che non possiamo decidere tutto noi, perché possiamo vedere un’eclisse solo quando c’è l’eclisse e se ci distraiamo, se non andiamo nel luogo giusto, se non arriviamo in tempo non la vediamo e non ci sono repliche: questo fattore mi pare particolarmente prezioso in una società dove sembra di poter dominare sulla natura, dove sembra di poter decidere, trasformare, piegare ai nostri desideri qualsiasi cosa.

“La notte comincia quando non è più distinguibile un filo di lana nero da uno bianco”: questa indicazione può essere seguita solo se si è previsto di educare all’attenzione, all’attesa, e ad un rapporto di fiducia con i propri sensi. Attenzione al continuo del tempo. Attesa dei tempi e dei momenti opportuni della natura. Forse ne vale la pena. Forse siamo ancora in tempo.

Per diversi motivi la nostra scuola e la nostra cultura occidentale e tecnologica hanno allentato un rapporto diretto con il cielo stellato. Questo viene però “risvegliato” in occasione di alcuni eventi astronomici che si prestano a diffusione da parte dei mass-media, che si prestano a fare “spettacolo”, che si prestano ad essere in qualche modo trasformati in “merce”. “Un evento per ritrovare in noi ciò che per secoli è scomparso” era il sottotitolo di Paolo Rumiz su La Repubblica del 9 agosto 1999 alla vigilia dell’Eclisse Totale di Sole visibile dall’Europa Centrale in un articolo dal titolo “Il ritorno al cielo perduto”. E proseguiva: “Vedremo le stelle di giorno: le abbiamo mai guardate di notte? Milioni di naufraghi con telefonino e binocolo scatteranno migliaia di foto. Poi, per altri dieci anni torneranno a brancolare in uno spazio cieco, privo di punti cardinali, senza stagioni, senza ombre, senza orizzonti e senza stelle”

E negli stessi giorni Adriano Sofri (L’Unità, 12 agosto 1999) scriveva qualcosa che ha a che fare con la ri-educazione e che penso con molto senso possa essere esteso all’educazione: “Mi chiedete un pezzo sull’eclisse vista dalla galera. Non era ora d’aria, non ce l’hanno fatta vedere. … non l’eclisse, ma le tacite stelle di tutte le sere ci sono interdette, come sai. Eppure, senza stelle, niente rieducazione.”

Fin dall’antichità sono stati ideati planetari nel senso di “modelli”, di dimensioni maneggevoli, e in cui i moti dei corpi celesti potessero essere accelerati secondo esigenze diverse. In senso moderno con “planetario” si indica la macchina che proietta su un soffitto a cupola, le luci che rappresentano le stelle fisse con le loro rispettive posizioni, e i corpi erranti che si muovono su questo sfondo. La duttilità di questa macchina, che può simulare il cielo di qualsiasi luogo della Terra, in qualsiasi istante di qualsiasi anno, rappresenta da un lato la sua potenza e dall’altro costituisce la base di alcuni pericoli.

Un planetario è uno strumento ma può essere letto anche come modello; e i limiti intrinseci di un modello, se non sono ben chiari comportano dei rischi. Analizzo alcuni di questi rischi che possono, a mio avviso, portare ad ostacoli sul piano didattico e della comunicazione e alcuni elementi utili per superarli.

L’uso del planetario mi pone anche una questione sottile rispetto all’educazione in un mondo in cui “aver visto in televisione qualcosa” rischia di equivalere “ad aver visto quella cosa”, in cui il virtuale rischia di far rinunciare al concreto, in cui il possibile, il fantastico e il reale “si scambiano continuamente sembianze”. Una grande difficoltà didattica in astronomia è proprio favorire il contatto, il dialogo, la dialettica tra i modelli e la realtà di cui si fa esperienza e che si osserva intorno: ancora una volta il pensarsi copernicani e sentirsi tolemaici e geocentrici e geostatici.

Accenno solo ad un’esigenza: per parlare delle stelle, dei pianeti e dei loro moti osservati dalla Terra è essenziale essere coscienti dei sistemi di riferimento che sono in gioco. La semisfera su cui viene proiettata una porzione del cielo stellato, ha come cerchio di base l’orizzonte teorico dell’osservatore. Siamo al centro di ciò che guardiamo, dunque “dentro” la sfera del cielo, ma “sopra” la sfera della Terra in un ben determinato luogo. Abbiamo uno sguardo “tolemaico” anche se il “copernicano” che è in noi non tace del tutto.

Per terminare, anche per mostrare un possibile uso del Planetario come aiuto a riconoscere le costellazioni nel cielo notturno, presento il racconto di un mito che è a sua volta, un modo per aiutare a ricordare attraverso il racconto e i personaggi, quali costellazioni si trovino vicine, o lontane, nel cielo. Scelgo il mito di Orione perché è una costellazione che tutti possono riconoscere facilmente e che ci accompagna in tutte le sere d’Autunno e d’Inverno. Ne narro la versione greco-latina.

Ma quelle stesse stelle viste da un altro popolo, con una diversa cultura e una diversa natura intorno a sé, ha rimandato ad altri simboli, altri nomi, altri personaggi, altre storie. Ci interessa molto andare ad ascoltare, perché spesso di tradizione orale si tratta, come nominano le stesse stelle popoli diversi. Gli aspetti culturali, antropologici e dunque “locali”, dei nostri miti e del nostro modo occidentale di organizzare il cielo e la terra e di pensare lo spazio, sono stati imposti alla comunità scientifica di tutto il mondo.

Attenzione: del “nostro locale” rischiamo di fare il “globale di tutti”, anche per il cielo.