
Può
avere senso per noi, un senso condiviso, entrare in un Planetario,
perché abbiamo l’esperienza sensoriale e corporea
della notte, e come scrive Hygino nel IV Libro de L’Astronomia:
“la notte è l’ombra della Terra”.
Immersi nell’0mbra della Terra, ogni notte possiamo
cercare di vedere le stelle.
“E’ una debole luce quella che ci arriva
dalle stelle, ma che cosa sarebbe la nostra esistenza se
non potessimo percepire quelle luci?” scriveva
l’astronomo francese J. Perrin.
Molti
elementi di natura diversa, e che sono in relazione tra
loro, fanno sì che noi possiamo percepire le stelle:
- le caratteristiche del nostro occhio
- la trasparenza dell’atmosfera terrestre alle lunghezze
d’onda della luce visibile
- l’opacità della Terra
- la struttura delle stelle e la loro emissione nel visibile
- il ritmo e le relazioni tra rotazione e rivoluzione
della Terra stessa.
Se ad esempio fossimo su Venere che ha un’atmosfera
densissima e assai spessa, non potremmo, dal suolo del
pianeta, osservare le stelle né il disco del Sole,
ma solo un passaggio da una maggiore luminescenza al buio.
Se poi la Terra non fosse opaca ma trasparente, saremmo
sempre invasi dalla luce forte del Sole e anche in questo
caso non conosceremmo le stelle. Un’esperienza che
ci sembra tanto ovvia è in realtà un tassello
di un quadro complesso, preciso e raro.
Della
nostra esperienza di osservazione diretta fanno parte
il Sole e la Luna, le stelle e i pianeti. “Planetario”
viene da “pianeta” (“planao” in
greco significa “vado errando”) e nella sua
più antica accezione, indica la possibilità
di visualizzare il complesso moto dei pianeti rispetto
alle stelle fisse. In questo senso la volta celeste è
il planetario per eccellenza: con gli spazi ampi del reale
e con i tempi del susseguirsi dei giorni e delle notti.
Il
cielo che ha nelle nostre esistenze un ruolo peculiare
è il laboratorio privilegiato dell’astronomia.
Il cielo è ovunque. È gratuito. A disposizione
di tutti. È uno spazio di lettura, di fantasia,
di intimità. Un luogo di appuntamenti, di sguardi.
Uno spazio che molti hanno piacere di imparare a leggere,
a riconoscere, a ritrovar-ci-si. È silenzioso.
È lento. È fedele.
Offre il suo spettacolo in modo continuo, anche quando
nessuno lo guarda, anche senza spettatori, oltre le nuvole
e oltre le cortine dell’inquinamento luminoso.
Nell’educazione permette di allargare i confini
dello sguardo e della mente, è gradito, è
uno spazio grande che appartiene a ciascuno fin dalla
più tenera età.
Guardare
il cielo è un modo per educare all’attesa,
al prendere coscienza che non possiamo decidere tutto
noi, perché possiamo vedere un’eclisse solo
quando c’è l’eclisse e se ci distraiamo,
se non andiamo nel luogo giusto, se non arriviamo in tempo
non la vediamo e non ci sono repliche: questo fattore
mi pare particolarmente prezioso in una società
dove sembra di poter dominare sulla natura, dove sembra
di poter decidere, trasformare, piegare ai nostri desideri
qualsiasi cosa.
“La
notte comincia quando non è più distinguibile
un filo di lana nero da uno bianco”: questa
indicazione può essere seguita solo se si è
previsto di educare all’attenzione, all’attesa,
e ad un rapporto di fiducia con i propri sensi. Attenzione
al continuo del tempo. Attesa dei tempi e dei momenti
opportuni della natura. Forse ne vale la pena. Forse siamo
ancora in tempo.
Per
diversi motivi la nostra scuola e la nostra cultura occidentale
e tecnologica hanno allentato un rapporto diretto con
il cielo stellato. Questo viene però “risvegliato”
in occasione di alcuni eventi astronomici che si prestano
a diffusione da parte dei mass-media, che si prestano
a fare “spettacolo”, che si prestano ad essere
in qualche modo trasformati in “merce”. “Un
evento per ritrovare in noi ciò che per secoli
è scomparso” era il sottotitolo di Paolo
Rumiz su La Repubblica del 9 agosto 1999 alla vigilia
dell’Eclisse Totale di Sole visibile dall’Europa
Centrale in un articolo dal titolo “Il ritorno al
cielo perduto”. E proseguiva: “Vedremo le
stelle di giorno: le abbiamo mai guardate di notte? Milioni
di naufraghi con telefonino e binocolo scatteranno migliaia
di foto. Poi, per altri dieci anni torneranno a brancolare
in uno spazio cieco, privo di punti cardinali, senza stagioni,
senza ombre, senza orizzonti e senza stelle”
E
negli stessi giorni Adriano Sofri (L’Unità,
12 agosto 1999) scriveva qualcosa che ha a che fare con
la ri-educazione e che penso con molto senso possa essere
esteso all’educazione: “Mi chiedete un pezzo
sull’eclisse vista dalla galera. Non era ora d’aria,
non ce l’hanno fatta vedere. … non l’eclisse,
ma le tacite stelle di tutte le sere ci sono interdette,
come sai. Eppure, senza stelle, niente rieducazione.”
Fin
dall’antichità sono stati ideati planetari
nel senso di “modelli”, di dimensioni maneggevoli,
e in cui i moti dei corpi celesti potessero essere accelerati
secondo esigenze diverse. In senso moderno con “planetario”
si indica la macchina che proietta su un soffitto a cupola,
le luci che rappresentano le stelle fisse con le loro
rispettive posizioni, e i corpi erranti che si muovono
su questo sfondo. La duttilità di questa macchina,
che può simulare il cielo di qualsiasi luogo della
Terra, in qualsiasi istante di qualsiasi anno, rappresenta
da un lato la sua potenza e dall’altro costituisce
la base di alcuni pericoli.
Un
planetario è uno strumento ma può essere
letto anche come modello; e i limiti intrinseci di un
modello, se non sono ben chiari comportano dei rischi.
Analizzo alcuni di questi rischi che possono, a mio avviso,
portare ad ostacoli sul piano didattico e della comunicazione
e alcuni elementi utili per superarli.
L’uso del planetario mi pone anche una questione
sottile rispetto all’educazione in un mondo in cui
“aver visto in televisione qualcosa” rischia
di equivalere “ad aver visto quella cosa”,
in cui il virtuale rischia di far rinunciare al concreto,
in cui il possibile, il fantastico e il reale “si
scambiano continuamente sembianze”. Una grande difficoltà
didattica in astronomia è proprio favorire il contatto,
il dialogo, la dialettica tra i modelli e la realtà
di cui si fa esperienza e che si osserva intorno: ancora
una volta il pensarsi copernicani e sentirsi tolemaici
e geocentrici e geostatici.
Accenno
solo ad un’esigenza: per parlare delle stelle, dei
pianeti e dei loro moti osservati dalla Terra è
essenziale essere coscienti dei sistemi di riferimento
che sono in gioco. La semisfera su cui viene proiettata
una porzione del cielo stellato, ha come cerchio di base
l’orizzonte teorico dell’osservatore. Siamo
al centro di ciò che guardiamo, dunque “dentro”
la sfera del cielo, ma “sopra” la sfera della
Terra in un ben determinato luogo. Abbiamo uno sguardo
“tolemaico” anche se il “copernicano”
che è in noi non tace del tutto.
Per
terminare, anche per mostrare un possibile uso del Planetario
come aiuto a riconoscere le costellazioni nel cielo notturno,
presento il racconto di un mito che è a sua volta,
un modo per aiutare a ricordare attraverso il racconto
e i personaggi, quali costellazioni si trovino vicine,
o lontane, nel cielo. Scelgo il mito di Orione perché
è una costellazione che tutti possono riconoscere
facilmente e che ci accompagna in tutte le sere d’Autunno
e d’Inverno. Ne narro la versione greco-latina.
Ma
quelle stesse stelle viste da un altro popolo, con una
diversa cultura e una diversa natura intorno a sé,
ha rimandato ad altri simboli, altri nomi, altri personaggi,
altre storie. Ci interessa molto andare ad ascoltare,
perché spesso di tradizione orale si tratta, come
nominano le stesse stelle popoli diversi. Gli aspetti
culturali, antropologici e dunque “locali”,
dei nostri miti e del nostro modo occidentale di organizzare
il cielo e la terra e di pensare lo spazio, sono stati
imposti alla comunità scientifica di tutto il mondo.
Attenzione:
del “nostro locale” rischiamo di fare il “globale
di tutti”, anche per il cielo.