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Tra i più rappresentati nelle incisioni del XIX
secolo, quello del carrettiere a vino era un mestiere, praticato a Roma
soprattutto in Trastevere, alla Regola e ai Monti, che si tramandava di
padre in figlio.
"Un mestiere da dover stare in cervello",
come annotò Massimo D'Azeglio, che ebbe occasione di osservarne
parecchi sia a Roma che a Marino e a Genzano.
I carrettieri erano
infatti esposti a tutti i pericoli del viaggio, dalle intemperie alle
aggressioni, ed erano pronti ad affrontarli. Avevano uno spiccato senso
di sé, del proprio lavoro e delle proprie tradizioni.
Per trasportare il vino
a Roma dai Castelli e dalle altre zone di produzione, i
carrettieri viaggiavano
spesso di notte, talora dormicchiando appoggiati alla forcina,
il volpino a fare la guardia, il cavallo che, sulla strada conosciuta,
andava quasi da solo. Una lanterna appesa sotto il carro bastava allora
per l'intera carovana, che procedeva lenta, perché il vino non si
guastasse.
E ogni anno alla festa di S. Antonio portavano tutti a far
benedire cavalli e muli, bardati e infiocchettati, sul piazzale di S.
Maria maggiore.
Dell'abbigliamento ottocentesco del carrettiere a vino facevano
invariabilmente parte una lunga fascia più volte annodata in vita con
le estremità pendenti su un lato, un fazzoletto colorato annodato al
collo, scarpe con fibia e cappello
a cono.
Nell'incisione del Cottafavi, attivo in Roma intorno alla metà dell'
Ottocento, il carrettiere è rappresentato con in mano la copella. Il vino in
essa contenuto, mescolato
alla semola nell'acqua del bagno, serviva anche a "battezzare"
i figli dei carrettieri, ad iniziarli al mestiere del padre.
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